Biografia                 Note  essenziali  (qualche informazione schematica) 


                                                                   Mi  racconto  (piccolo escursus romanzato confidenziale)

 

Il mio nome è Paolo, ma nella mia vita ho avuto un sacco di soprannomi. Quello a cui mi sento più legato è "Paul", che è sempre stato un po' come il mio nome da battaglia; me lo porto addosso fin dall'infanzia, e non è frutto della recente moda inglesizzante che oggi coinvolge tutto e tutti. Ultimamente mi sento ben cuciti addosso anche due soprannomi più recenti, derivati dalla mia attività artistica, e cioè "Al Dutur e "Dottorpaul".

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Note essenziali

- Sono nato il 20 Luglio 1953 a Pavia, ove ho seguito tutti gli studi, fino a conseguire la Maturità Classica presso il Liceo Ugo Foscolo (1972).

- Mi sono laureato in Medicina e Chirurgia con Lode a Pavia (1980). Mi sono specializzato in Otorinolaringoiatria con Lode a Pavia (1984).

- Ho prestato servizio militare come Ufficiale Medico della Marina Militare Italiana (1980-81).

- Durante il periodo degli studi universitari ho svolto alcune attività collaterali: istruttore di vela del Centro Velico di Caprera (anni ’70);         intrattenitore disc-jokey presso Pavia Radio City e Tele Monte Penice (anni ’70); animatore, istruttore di vela e capovillaggio per il Club Vacanze     (anni ’70-’80).

- Dopo aver lavorato per venticinque anni come Medico di Medicina Generale massimalista a Pavia, ho scelto di interrompere prematuramente il     mio ruolo di convenzionato con il Sistema Sanitario Nazionale; ora mi dedico a pazienti che abbiano esigenze differenti dall'ingurgitare chili di   farmaci e sottoporsi a decine di accertamenti clinico strumentali.

- Scrivo per mio diletto: ho pubblicato come autore e editore libri di sonetti dialettali e di costume provinciale; ed ho altre cose nel cassetto...

   Mi ritengo un musicante-cantautore: ho realizzato tre CD di mie canzoni in dialetto pavese, e qualcosaltro bolle in pentola...

- Vivo a Torre d’Isola (Pv) con Giovanna e nostra figlia Gaia.


 

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Mi racconto 

Sono nato a Pavia, e sono di stirpe padana.

Al termine di una gravidanza piuttosto perigliosa, venni alla luce alle 4 di una calda mattina di Luglio. Dimostrai subito la mia curiosità per le cose del mondo: pare che, non appena adagiato sul tavolo della sala parto, io abbia provato ad alzare la testa come se fosse un periscopio. Solo qualche istante e poi tum! Fu il primo bernoccolo di una lunga serie. Ci sarà stata qualche conseguenza? Mah!?

 

L’infanzia

La mia infanzia trascorse in un quartiere periferico di Pavia, dove mio padre svolgeva la professione del Medico di Famiglia, lavoro che ha sempre fatto controvoglia, ma con onestà e grande senso del dovere. Da piccolo ebbi la fortuna di poter respirare un’aria quasi di campagna: ho giocato alle biglie su strade di terra, ho giocato a pallone su campetti erbosi a fianco delle case, ho giocato ai banditi, alla lippa e a nascondino nella via sotto le mie finestre. Insomma, ho avuto una infanzia inserita in un ambiente ancora genuino e naturale. A dire il vero però, a dispetto di questa atmosfera di invidiabile serenità, i miei genitori costituivano una presenza un po’ troppo incombente, e io mi sono sempre sentito molto compresso, quasi prigioniero.

Il dottor Piero non riteneva opportuno che giocassi troppo al “fulbal” e ai “cobboi”: ero un po’ scalmanato e sudavo come un matto (insomma, ai suoi occhi di medico rischiavo ogni giorno la broncopolmonite …; me la cavai invece soltanto con qualche tonsillite, e intorno agli otto anni, come allora capitava quasi a tutti, fui tonsillectomizzato).

Mia madre Teresa era una donna apprensiva e molto severa: una specie di arcigno generale, sia pure a tratti estremamente affettuoso, che da me esigeva a tutti costi l’eccellenza (chissà poi perché? chi le avrà dato questo diritto?). L’educazione era da collegio svizzero: i modi dovevano essere impeccabili e la Scuola veniva prima di qualsiasi altra cosa. Per di più io non frequentavo la scuola del quartiere, perché ero stato iscritto nientemeno che ad una scuola del centro città, in grado di offrire “ambiente e preparazione ottimali” (ahimè!). Io non ho mai condiviso questo fatto, però devo convenire che mia madre poteva anche essere compresa: abitualmente nel mio cortile, quando si faceva la conta per giocare a nascondino, non si usava il classico “Tuli lèm blèm blu”; la conta tipica era “Scatuléi dal büs dal cü, cünta fin a trentadü". E visto che io sono sempre stato abbastanza portato per le emulazioni e le imitazioni…

Tutti i giorni, al ritorno a casa da scuola per il pranzo, mi aspettava la domanda di rito "Come è andata?" e gira che ti rigira andava sempre bene. Una volta sola dovetti rispondere laconicamente: “E’ andata male!”; la sera prima avevo mangiato troppa crema pasticcera e quella mattina, colto da movimenti intestinali imprevedibili, non ero riuscito ad arrivare per tempo al gabinetto, con le conseguenze che tutti possono facilmente immaginare…

In prima avevo ricevuto il diploma di migliore della classe, e per tutte le elementari, nonostante l’intestino un po’ labile, fui uno scolaretto modello. Dulcis in fundo, alla fine del quinquennio, mia madre, ancora una volta imperiosa, alla vigilia delle Scuole Medie, ebbe la brillante idea di architettare il trasferimento in centro di tutta la famiglia, e così cambiammo casa. Me ne andai dalla periferia senza aver preso la minima confidenza con l’uso del tirasassi; ero andato un po’ meglio col fucile a elastici e con la cerbottana. Così così con le biglie. Piuttosto scarso invero nel calcio.

 

La adolescenza

Anche alle Medie Inferiori continuai ad impersonificare l’alunno modello: svolsi per tre anni il ruolo di segretario particolare dell’effervescente Prof. Balbi ed infine superai gli esami di diploma con la Menzione Onorevole e una bella fotografia sulla Provincia Pavese, accompagnata da una serie di 8 e 9 in tutte le materie, più un 10 in condotta. Come regalo per la promozione ebbi una fiammante bicicletta Bianchi Gran Sport verde metallizzata numero 28, con cambio Campagnolo a dieci rapporti e manubrio “a culo di vacca”: fenomenale! Al confronto persino la bici precedente, la mia adorata Legnano 24 giallo fosforescente con sellino di cuoio, manubrio sport e cambio Simplex a tre rapporti, non poteva che passare in secondo piano.

Evidentemente studiavo, ma non ero certo un topo da biblioteca: anzi non ero molto incline alla lettura tranquilla e solitaria. Insomma: libri di testo si (il senso del dovere…), ma noiosi libri di lettura proprio no. Sotto sotto avevo gran voglia di scatenarmi, e oltre che in bicicletta in quegli anni il mio alter ego si scatenava all’Oratorio. Nel calcio e nel basket non spiccavo certo per bravura, ma ero sicuramente fra i più generosi. Ci davo dentro come un matto: tutti i sabati e le domeniche tornavo a casa trasfigurato e in un bagno di sudore, ma fortunatamente, nonostante gli immancabili timori di mio padre, non ebbi mai la paventata broncopolmonite. Ero invece fra i migliori nel ping-pong e nel biliardo.

Mi scatenavo un po’ anche con la musica, ma a dire il vero molto meno di quello che avrei voluto. Inizialmente ero stato avviato al nobile e pacato studio del pianoforte: con la testa matematica che mi ritrovavo, il solfeggio e la teoria mi calzavano a pennello; ma con la scarsissima tendenza alla applicazione ossessiva che richiede lo studio del pianoforte, non avevo certo grandi possibilità di diventare un mago della tastiera. Più che l’armonia, era il ritmo che mi scorreva nel sangue: il mio cuore invero batteva d’amore per la batteria. Però il fatto di dover “percuotere delle volgari pelli d’asino” a mia madre risultava una pratica di basso profilo, e così quello strumento per me rimase sempre soltanto un sogno. Alla ennesima nota per scarsa applicazione sul diario dell’Istituto Musicale abbandonai la tastiera e al primo Natale chiesi per regalo una chitarra Eko western, unendomi così all’esercito di chitarristi in erba che con pochi accordi si accompagnavano cantando le canzoni dell’epoca beat.

Sul finire del periodo oratoriale, ecco che si apre un nuovo capitolo tipico dell’adolescenza: il mio cuore, oltre che per la batteria, inizia a battere anche per una giovincella pettoruta, che mi lusinga con il suo fare da fatalona, e mi inebria con il suo pofumo (Madame Rochas): per lei scrivo il mio primo sonetto, nientemeno che una parodia dantesca. Però la fatalona, ben più evoluta di me, mi tira anche un po’ per il naso, svariando anche su altri fronti: spasimo e forse patisco un po’ più del dovuto. Una volta, vittima di chissà quale angheria o incomprensione, mi consolo mangiando un panettone intero in un pomeriggio… Ma ad un certo punto decido di chiudere con le ambasce amorose, e così, da un giorno con l’altro, interrompo improvvisamente le comunicazioni e riprendo a essere padrone di me stesso. Assumo allora nei confronti del gentil sesso un atteggiamento forse più consono a John Wayne che a un ragazzino imberbe. E tale resterò per diversi anni a seguire: una specie di finto duro, con il cuore di burro chiuso in una scatola di ferro.

 

La giovinezza

Arriva il periodo delle scuole superiori. E dove volete che venga precipitato un poverino uscito dalle medie con la Menzione Onorevole? Al terribile Liceo Classico Ugo Foscolo, l’unica scuola che fosse in grado di soddisfare appieno il desiderio di eccellenza di mia madre. A dire il vero in quella scuola l’eccellenza era già rappresentata dal solo fatto di resistere: io resistetti, e piuttosto brillantemente. Nulla a che vedere con i mostri di rendimento scolastico (quattro o cinque femmine impareggiabili, più il mio zelantissimo compagno di banco P. P.), comunque me la cavai alla grande. Alla maturità spuntai addirittura un inaspettato 54/60, e per premio ebbi una fiammante Fiat 850 spider, che andava a sostituire la 500 L di seconda mano color Sahara (che resta sempre per me, come per Roberto Vecchioni e per tutti quelli della mia generazione, la macchina della vera felicità).

Che tipo di liceale ero allora? Beh, avevo una mente matematica, però amavo Orazio, Seneca e i Lirici Greci; non ero ancora in grado di apprezzare il padre Dante, e meno che meno i suoi commentatori, in testa a tutti Natalino Sapegno; detestavo assolutamente i grandi romanzieri. Mi imbarcavo in appassionate disquisizioni filosofiche, mentre la Storia non mi andava giù neanche un po’.

Nonostante l’impostazione di vita decisamente rigorosa, a quei tempi qualcosa lasciava presagire un desiderio di evasione e di vita più brillante. Infatti ero l’unico della classe che frequentava un bar: il famoso, quasi famigerato, bar Ariston. Quello era il centro nevralgico per i ragazzotti in motorino, con flipper, juxe-box e biliardo: insomma, quanto di più turpe e pericoloso si potesse immaginare per uno studente del Liceo Foscolo. La cosa faceva così scalpore che il Professore di Greco e Latino, avendomi sorpreso un pomeriggio in quel luogo di perdizione, mi affibbiò il nomignolo di “l’ottimo” (in Greco antico àriston significa appunto ottimo).

Negli anni in cui i ragazzi iniziano a praticare gli sport con mire agonistiche, anche io, che peraltro non sono mai stato fisicamente molto dotato, faccio i miei bravi tentativi su vari fronti, ma non ci metto mai eccessivo impegno, forse perché più che i risultati mi interessa il divertimento: spaccio per eclettismo una indubbia incostanza di fondo, che non mi consente di dedicare tutto me stesso ad una unica disciplina. Oltretutto in quel periodo la vita inizia a farmi l’occhiolino anche con tante altre attrattive. Resto folgorato dall’hobby della fotografia e così vendo il mio motorino Corsarino Scrambler Morini per comprare la reflex dei miei sogni: la Asahi Pentax Spotmatic. Vivo una autentica passione: tutte le sere andando a letto, finita la stagione aurea di “Motociclismo”, leggo come se fosse la Bibbia “Il libro della fotografia” di Andreas Feininger, più le due riviste fondamentali “Fotografare” e “Tutti fotografi”. Scatto, sviluppo, stampo le mie foto in bianco-nero. Ma nel cuore di in un giovanotto le passioni sono destinate a susseguirsi come le onde del mare: a quel tempo non immaginavo certo che dopo qualche anno avrei venduto l’ingranditore fotografico Durst M600 per comprare un paio di sci, con cui andare in montagna in compagnia di una ragazza… Non potevo immaginare nemmeno che quella non sarebbe stata una di quelle passioncelle passeggere che si susseguono come le onde del mare: quella fu una vera tempesta. Una tempesta che fece qualche danno, ma fortunatamente si stemperò poi con gradualità nel turbinio degli anni universitari. Se al ginnasio il mio cuore di burro era stato rinchiuso in una scatola di ferro, quella volta la mia anima era stata rivestita da una corazza assolutamente impenetrabile: e negli anni successivi anche il mitico John Wayne, al mio confronto, forse sarebbe sembrato un tenero agnellino… 

 

L’età adulta

All’Università ho studiato seriamente, è chiaro: con l’imprinting che avevo avuto non poteva essere altrimenti. Ma non furono anni eccessivamente pesanti. Non mi mancavano attività di contorno quanto mai varie e piacevoli: bar, discoteche, tavolate, chitarrate, goliardate e chi più ne ha più ne metta. Ciliegine sulla torta sono state la attività di disk jockey radiofonico per Pavia Radio City e di intrattenitore per Tele Monte Penice.

Pativo un po’ gli inverni grigi e nebbiosi, ma d’estate mi rifacevo alla grande. Avevo seguito i corsi di vela del Centro Velico di Caprera, e alla fine avevo ottenuto la qualifica di istruttore: questo ruolo fu il trampolino per farmi tuffare nei villaggi turistici del Club Vacanze. Alla fine di ogni anno accademico mi trasferivo in Sardegna per trasformarmi in animatore e istruttore di vela: ad Arbatax vivevo come in Paradiso.

Nel 1980, sia pure un anno fuori corso, mi laureo in Medicina e Chirurgia con Lode e qualche anno dopo mi specializzo in Otorinolaringoiatria, sempre con Lode. Sembrerebbe tutto ok per dare vita a una brillante carriera medica: ma la preparazione e il valore non bastano, perchè ci vogliono anche forti motivazioni. E queste mi mancavano del tutto, perché capii subito di non essere assolutamente portato per la vita dell’Ospedale o dell’Università: servilismi, compromessi, nepotismo non sono mai stati in linea con il mio modo di essere e di pensare. Oltretutto mi sentivo saturo di pianura padana e di vita in famiglia. Dovevo ancora svolgere il servizio militare, allora obbligatorio, ed ebbi la brillante idea di fare domanda per la leva di mare volontaria.

Divenni Ufficiale Medico della Marina Militare. Dopo diciotto mesi di mare, nelle atmostere cristalline dell’ arcipelago della Maddalena, al mio ritorno a casa riuscivo solo a provare insofferenza per tutto quello che mi circondava: la nebbia rivestiva la città, ma soprattutto si insinuava in tutti gli aspetti della vita ospedaliera, sempre più lontana dagli ideali che avevano ispirato un puro come me ad iscriversi alla facoltà doi Medicina. Mi rifugiai allora nel buon vecchio Club Vacanze (mamma-Vacanze, come molti di noi l’avevano spesso soprannominata), ove avevo raggiunto posizioni di vertice esclusivamente per i miei meriti, senza alcuna di quelle raccomandazioni che sembravano così indispensabili per sgomitare nel mondo della Medicina. Così ebbi la fortuna di passare lunghi periodi di piacevole lavoro nei mari tropicali delle isole Maldive e Seychelles, come medico e come accompagnatore; infine, quasi per piazzare la classica ciliegina sulla torta, ricoprii anche il ruolo di Capovillaggio del mio mitico villaggio Telis in Sardegna.

In quegli anni conobbi tante persone; conobbi la gente; conobbi l’Uomo. Conobbi il mare, che fu il tema dominante di quel periodo della mia vita. Il mare mi piaceva molto, e lo amavo profondamente, perché mi faceva sentire libero. Anche le donne mi piacevano molto, ma non riuscivo ad amarle, perché mi facevano sentire prigioniero. E dunque in quegli anni restai fermamente un single, che teneva duro il più possibile sulle sue posizioni. Ogni tanto, invero, facevano capolino in me il bisogno di sentimento e la voglia di condividere la vita con una donna. Ci provavo, ma riuscivo sempre a creare delle difficoltà, ed ogni rapporto importante si identificava in una sofferenza che esigeva fermamente di essere risolta, attraverso la fine del rapporto a due: a volte era crisi, a volte la crisi non si faceva vedere neppure in lontananza.

Nel 1990 fu crisi, una terribile crisi. Per l’ennesima volta il casus belli fu una donna, ma in realtà quella non fu solo una crisi sentimentale: fu una crisi totale. La testa non c’era più; i programmi non c’erano più; il mondo tutto intorno non c’era più; io stesso non c’ero più. Possibile che un tipo come me fosse ridotto in quel modo? Ma io, proprio nel bel mezzo della tempesta, riuscii a non esserne travolto, facendo in modo di esserne soprattutto un lucido spettatore: tenni duro, con tanta forza, memore di come ero sempre stato in precedenza e consapevole di come sarei potuto essere ancora in futuro.

In quel periodo inizio ad indagare nella mia mente. Divoro decine e decine di libri, mi dedico a nuove pratiche salutistiche, accosto varie discipline filosofiche: mi butto su tutto quello che viene spacciato come ricetta miracolosa per risolvere il problema del malessere esistenziale. Per caso mi imbatto in Giovanna, che gira e rigira è in crisi quanto me, anche se forse non se ne rende conto: ci facciamocompagnia, tenendoci inconsapevolmente a braccetto per uscire dalle rispettive crisi. Io continuo il lavoro su me stesso e sulla mia mente: piano piano vedo allentarsi le maglie di tante gabbie che mi portavo appresso. E ad un certo punto riesco anche a digerire l’idea di fare parte di una coppia.

Era terminato il percorso di preparazione. Era arrivato il tempo dell’azione. Non senza sofferenza, mi stavo adeguando ad un nuovo programma esistenziale, meno conoscitivo, ma certamente più produttivo.

E così sono venuti la casa, la famiglia, il lavoro e Pavia. Ho voluto indicare questi elementi in ordine alfabetico, perché tutti concorrono a creare quel famoso centro di gravità permanente che Franco Battiato forse sta ancora cercando… Io, come molti altri, l’ho trovato. Ma se è vero che in questo mio cibo quotidiano non c’è un ingrediente fondamentale perchè tutti hanno la stessa importanza, devo ammettere che, dopo che il "grande chef" ha cucinato il tutto con maestria, in casa si avverte soprattutto il profumo di un frutto che spicca su tutti gli altri: profumo di Gaia, una figlia meravigliosa che è il primo motore della mia vita.

   

Il cibo quotidiano però non ha solo bisogno di ottimi ingredienti; richiede anche la giusta dose di aromi e di spezie. E così in questi anni trascorsi in una tranquilla vita provinciale nascono il Clan dei Mufloni, la LAIDA, i sonetti dialettali, le canzoni del Dutur; e poi più di recente anche Dottorpaul e Dottor Flipper!! Nel grigiore pavese è indispensabile tirar fuori qualche spunto cromatico, se non altro per esigenze di sopravvivenza…

E questo sito internet è il piccolo arcobaleno dei miei colori personali.

 

 

                            A te, vittima di questo papiro, grazie per averne completato la lettura                        

 

 

PS  Io non sono mai stato un fumatore, però capisco gli ex-fumatori che, anche dopo tanti anni, sostengono di avere sempre la medesima voglia di fumare di un tempo; perchè io, se stesssi ad ascoltare le mie voglie, riempirei subito una borsa di magliette e calzoncini e salterei sul primo aereo in partenza per i mari del Sud!  (e il biglietto potrebbe essere anche di sola andata...)